Tikbalang
Tikbalang, il mutaforma dei monti filippini
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Filippine(Filippine)
Luzon(Filippine)Un fantasma prima che un cavallo
Il nome è documentato assai per tempo, la forma no. Nel 1589 il francescano Juan de Plasencia elenca ciò che i tagali temevano e scrive una riga scarna: c'erano spettri che chiamavano vibit, e fantasmi che chiamavano tigbalaang. Nient'altro. Né testa, né zampe, né statura. Un secolo e mezzo dopo il Vocabulario de la lengua tagala di Noceda e Sanlúcar lo definisce ancora con due parole, «folletto o spiritello», e rinvia dalla sua voce a quella del patianac, con cui divide la casella. Questa è la base documentaria dell'essere: un abitante dei luoghi spopolati che si nomina ma non si descrive, e del quale la prima cosa detta non è che aspetto abbia, ma che cosa faccia a chi passa. Le grafie coloniali oscillano (tigbalang, tigbalag, tigbalaan), e la forma moderna tikbalang non compare in nessuna cronaca: è posteriore.
Come gli si formò il corpo
Le cronache permettono di seguire il processo quasi decennio per decennio. Verso il 1630 l'agostiniano Casimiro Díaz raccoglie quanto gli raccontarono coloro che dicevano d'averlo visto a Ogtón, Panay e Taal, e il ritratto non ha nulla di equino: un viso di gatto, una testa appiattita in cima, una barba folta, tutto il corpo coperto di pelo lungo, e gambe tanto smisurate che, quando si accoccola, le ginocchia gli restano un braccio sopra la testa; corre inoltre più di qualsiasi quadrupede. Un secolo dopo Tomás Ortiz lo descrive come mutaforma: appare in figura di uomo nero, di vecchio, di cavallo o di mostro. Il cavallo è una delle sue forme possibili, non la sua forma. Bisogna arrivare al 1763, con fra Antonio Mozo, per leggere finalmente la formula che oggi definisce l'essere: corpo di gigante e zampe di cavallo. Quanto a ciò che fa, le cronache concordano su due cose, e nessuna è quella che oggi gli si attribuisce per prima. Una è il patto: Ortiz racconta che chi lo incontra finisce col far amicizia con lui e gli consegna il rosario in cambio di peli, erbe e pietre con cui ottenere ciò che desidera. L'altra è la sparizione: Casimiro Díaz riferisce che alcuni se ne vanno con questi esseri e si perdono a lungo, e tornano atterriti e sfiniti. Il motivo di far girare il viandante fino a riportarlo allo stesso punto, oggi il suo tratto più noto, non compare in nessuna fonte antica: è tradizione orale raccolta nel Novecento.
Come lo si doma e come lo si evita
La raccolta di folklore che Isabelo de los Reyes diresse nel 1890 conserva l'intero procedimento, e non è un gesto ma una prova. Il tigbalang si cerca sul monte, accoccolato ai piedi degli alberi più grandi; bisogna arrivargli addosso senza farsi vedere, gettarglisi sopra, atterrarlo e legarlo con un cordone della Cintura benedetta che si deve portare già pronto, poi montarlo e resistere mentre vola con te in groppa finché la stanchezza non lo piega. Solo allora si confessa vinto e offre ciò che gli si chieda. Ciò che gli si esige è una delle tre setole più grosse del capo, e quella di mezzo è la preferibile; la negherà dapprima, perché privarsene è il suo sacrificio maggiore. Quella setola si conserva come anting-anting, l'amuleto della tradizione filippina, ed è ciò che dà potere su di lui. Conviene dire il nome giusto, perché questa scheda l'aveva chiamato in altro modo: nella magia filippina non ci sono yantra; ci sono anting-anting, ed è il termine che la fonte stessa adopera. E si noti che né lì né in alcun'altra fonte antica interviene il ferro: ciò che lega il tigbalang è un cordone benedetto, cioè un sacramentale cattolico, e non il metallo freddo delle fate europee.
Il cavallo arrivò con gli spagnoli
Conviene dirlo con chiarezza, perché questa scheda affermò il contrario: il tikbalang è di radice preispanica in quanto spirito, non in quanto essere dalla testa di cavallo. Nell'arcipelago non c'erano cavalli prima che gli spagnoli li portassero a partire dal 1565, sicché nessuna figura anteriore poteva averne una. E le fonti lo confermano da sole, senza bisogno di dedurlo: nel 1589 non viene descritto, verso il 1630 ha un viso di gatto, verso il 1731 il cavallo è una di quattro forme possibili, e nel 1763 appare finalmente fissato come corpo di gigante con zampe equine. A cambiare non fu la creatura ma la stalla da cui si traeva la sua immagine. Dello stesso ordine è un'equivalenza che circola nelle liste moderne e che questa scheda finì per ripetere: imparentare il tikbalang con gli spiriti-volpe dell'Asia orientale. Il filo che si è tirato è reale, ma è meteorologico e non genealogico: quando piove con il sole, nelle Filippine si dice che un tikbalang si sta sposando, e in Giappone che sono le nozze della volpe. Quel modo di dire esiste in mezzo mondo e ovunque lo si appende all'imbroglione che capita. Condividere un detto sulla pioggia non fa di due creature la stessa.
Reliquie
Simbologia
Elemento
Terra-foresta
Numero
3
Colore
Marrone scuro cavallo e dorato
Animali
Cavallo
Sigilli:
Tratti
Poteri
Debolezze
Comportamento
Resistenze
Relazioni con altri esseri
Alleato di
Nell’Atlante
Viaggia nel mondo d’origine degli esseri e nel cosmo delle loro dimensioni.
Mitologie
Corpo di credenze e narrazioni soprannaturali dell'arcipelago filippino, sincretismo tra tradizioni austronesiane autoctone, influenze sino-malesi precoloniali, cattolicesimo ispanico (1565-1898) e modernità statunitense. Vampirici (aswang, manananggal, tiyanak), mutaforma (tikbalang), giganti arborei (kapre) e spiriti della natura (engkanto, duwende).
Fonti
Racconti popolari filippini (Filipino Popular Tales)
Dean S. Fansler (comp.) · 1921
Ampia raccolta accademica di racconti popolari filippini riunita da Dean S. Fansler agli inizi del Novecento, fonte classica del folclore narrativo delle Filippine.
Le Isole Filippine, 1493-1898 (vol. 43)
Emma H. Blair e James A. Robertson (a cura di) · 1903-1909
Raccolta in cinquantacinque tomi di documenti coloniali delle Filippine, curata e tradotta da Emma Blair e James Robertson fra il 1903 e il 1909. Il volume 43 è quello che qui importa: contiene la Práctica del ministerio di Tomás Ortiz (c. 1731) e la Historia di Martínez de Zúñiga (1803), dove compaiono il tigbalag e il patianac, quest'ultimo accostato all'asuang come nemici del parto e dei bambini.
Dizionario mitologico delle Filippine, di Blumentritt
Ferdinand Blumentritt · 1895
Dizionario della mitologia delle Filippine compilato dall'etnografo Ferdinand Blumentritt nel 1895, catalogo pionieristico dei suoi dèi e spiriti.
Costumi dei tagalog
Fra' Juan de Plasencia, O.S.F. · 1589
Relazione scritta nel 1589 dal francescano Juan de Plasencia sulle credenze e i costumi delle isole Filippine, tradotta in inglese nel volume VII della raccolta di Blair e Robertson. Elencando le classi di stregoni include all'ottavo posto l'osuang, di cui dice che lo hanno visto volare e che uccideva uomini e ne mangiava la carne, precisando che ciò avveniva tra i visayani e non tra i tagalog. È la più antica attestazione primaria dell'aswang.
El folk-lore filipino, tomo II
Isabelo de los Reyes (dir.) e Mariano Ponce · 1890
Secondo tomo della raccolta di folklore che Isabelo de los Reyes diresse e annotò a Manila. Vi si trova il Folk-Lore Bulaqueño di Mariano Ponce, che dedica un capitolo al tigbalang e un altro al tianak, e dà loro una medesima origine. Del primo descrive la testa equina, le setole dure come quelle del porcospino al posto della criniera e il rituale di doma con il cordone della Cintura benedetta; del secondo, che si presenta come neonato, cane, porco o pezzo di legno, e che smarrisce i viaggiatori nei luoghi spopolati.
Domande frequenti
Da quando è documentato il tikbalang?
Dal 1589, quando Juan de Plasencia lo cita fra ciò che i tagali temevano: «fantasmi che chiamavano tigbalaang». Non lo descrive. La forma con testa di cavallo impiega quasi due secoli a comparire.
Come lo si sottomette secondo il folklore?
Bisogna sorprenderlo accoccolato ai piedi di un grande albero, atterrarlo e legarlo con un cordone della Cintura benedetta, montarlo e resistere mentre vola fino a sfinirsi. Vinto, cede una delle sue tre setole più grosse, meglio quella di mezzo, che si conserva come anting-anting.
Il tikbalang è parente degli spiriti-volpe asiatici?
No. L'unica cosa che condividono è un detto sulla pioggia col sole: qui si sposa un tikbalang, in Giappone sono le nozze della volpe. Quel modo di dire esiste in mezzo mondo e si appende all'imbroglione locale; non imparenta nessuno.
Che relazione ha con il tiyanak?
Strettissima nelle fonti. Il dizionario tagalo del Settecento li definisce con la stessa parola e rinvia dall'uno all'altro, e la raccolta del 1890 dà loro la stessa origine: l'anima dei feti abortiti si fa folletto, tianak o tigbalang. Soprattutto, condividono il mestiere: smarrire il viandante.
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