Tiyanak
Tiyanak, il vagito che fa smarrire
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Filippine(Filippine)
Luzon(Filippine)Albero genealogico
Al principio era la madre
La prima volta che il nome viene messo per iscritto non designa alcun neonato. Nel 1589 il francescano Juan de Plasencia racconta che i tagali credevano che se una donna moriva di parto, lei e la creatura venivano punite, e che di notte la si udiva lamentarsi: quello, dice, chiamavano patianac. Vale a dire che nella più antica attestazione il patianac è la madre morta di parto insieme al suo bambino, e ciò che lo definisce è un lamento notturno. Il dizionario tagalo di Noceda e Sanlúcar, a metà Settecento, lo registra semplicemente come «folletto o spiritello», dà tianac e tumanor per sinonimi, e rinvia alla voce del tigbalang, con cui divide la casella. Il nome appartiene inoltre a una famiglia assai più ampia: Blumentritt, nel 1895, lo accosta al pontianak e al puntianak della penisola malese e delle isole olandesi, al kuntianak sundanese, allo hantu-baranak del sud-est del Borneo e al mino-kokanak dei dayak di Sarawak, tutti spiriti nati dalla morte di parto. Ciò che non conviene ripetere è la scomposizione della parola come «ammazza-bambini», etimologia popolare che la lessicografia moderna respinge.
Un vagito, e non sempre un bambino
Ciò che le fonti descrivono non è un neonato ma un vagito. Il capitolo che Mariano Ponce gli dedicò nel 1890 lo dice a chiare lettere: si presenta ora sotto la forma di un neonato, ora in quella di un cane, di un porco o di un pezzo di legno, e nell'una o nell'altra lo si riconosce da un vagito simile a quello dei neonati. Blumentritt ripete la stessa lista cinque anni dopo. Vale a dire: la costante non è il corpo, che muta, ma il suono. E ciò che ne fa non è nemmeno quello che oggi si racconta per primo: lo si trova in luoghi spopolati e solitari, dice Ponce, dove smarrisce i viaggiatori che passano, sicché se un viandante non giunge alla meta non c'è dubbio che sia per influsso del tianak. Ponce stesso racconta il caso di un servo sorpreso dalla notte a mezza lega dal paese, che udì il lamento di un bambino, andò a cercarlo e trovò soltanto un pezzo di legno che strideva. Prima di ciò, nel 1731, Tomás Ortiz gli attribuiva due cose: il cattivo esito dei parti, per il quale si nascondeva in un albero accanto alla casa della partoriente e cantava alla maniera di chi voga, e lo smarrirsi dei viandanti.
Dove lo si teme e che cosa lo allontana
Il terreno meglio documentato è quello tagalo, cioè Luzon: di là vengono Plasencia nel 1589, il dizionario del Settecento e le notizie che Retana dava ancora nel 1894 su Batangas, dove la credenza restava viva fra la gente di campagna. Più a sud, fra i súbanos di Mindanao, Blumentritt raccoglie la variante patianay, del quale dice che preso in braccio è un bel bambino e posato a terra si muta in verme, dal quale le donne incinte devono molto guardarsi. E a Bicol la voce locale, patiyanak, ne fa il figlio di un aswang: è una versione regionale ben attestata, non la spiegazione generale dell'essere, e conviene dirlo così. Quanto alle difese, la tradizione ne registra parecchie e nessuna è quella che la scheda portava. La più antica è quella di Ortiz nel 1731, ed è sconcertante: per ritrovare la strada i viandanti si spogliavano e mettevano all'aria le vergogne, perché allora il patianac ne aveva paura e non poteva più sviarli. L'altra, raccolta nella stessa collezione del 1890 che gli dedica il suo capitolo, è mettersi la camicia al contrario, e quel rimedio è suo e non del tigbalang, benché oggi si citi più per quest'ultimo.
Il neonato da raccogliere è recente
L'immagine che oggi definisce il tiyanak — il neonato abbandonato che piange perché un viandante compassionevole lo prenda in braccio, e che allora mostra denti e artigli e attacca — è uno stadio tardo della tradizione, e conviene datarlo anziché darlo per antico. Nessuna delle fonti di dominio pubblico lo reca. Nel 1589 il patianac è la madre morta di parto; nel 1731 ostacola i parti e svia; nel 1763 Mozo lo paragona a un pigmeo e lo accosta al tigbalang; nel 1803 Martínez de Zúñiga lo cita accanto all'asuang come nemici del parto e dei bambini; nel 1890 e nel 1895 è un folletto che vagisce come un neonato e smarrisce; e nel 1921 Dean Fansler, nella sua nota, lo definisce ancora così, spirito malizioso di nascita che vive in boschi e campi e di notte svia i viandanti. Anzi: nel racconto in cui compaiono, i patianac sono benevoli e danno cibo e riparo a un cieco. L'unico gesto di raccoglierlo in braccio che le fonti antiche registrino non è tagalo ma súbano, a Mindanao, e non finisce in un attacco ma in un verme. Raccontarlo non toglie nulla all'essere: gli aggiunge quattro secoli. E per lo stesso motivo vanno ritirate da questa scheda due parentele che gli erano state attribuite senza appoggio, con il jiangshi cinese e con la kosodate-yūrei giapponese. Il primo è un cadavere rigido che saltella e non ha alcun rapporto con il parto; la seconda è una madre morta che torna a comprare dolci per suo figlio, cioè il contrario di un'esca. La parentela reale, e lo dice Blumentritt nel 1895, è con il pontianak malese.
Reliquie
Simbologia
Elemento
terra-cimitero
Numero
0
Colore
grigio cadaverico e rosso degli occhi
Animali
corvo spazzino
Sigilli:
Tratti
Poteri
Debolezze
Comportamento
Resistenze
Relazioni con altri esseri
Nell’Atlante
Viaggia nel mondo d’origine degli esseri e nel cosmo delle loro dimensioni.
Mitologie
Corpo di credenze e narrazioni soprannaturali dell'arcipelago filippino, sincretismo tra tradizioni austronesiane autoctone, influenze sino-malesi precoloniali, cattolicesimo ispanico (1565-1898) e modernità statunitense. Vampirici (aswang, manananggal, tiyanak), mutaforma (tikbalang), giganti arborei (kapre) e spiriti della natura (engkanto, duwende).
Fonti
Racconti popolari filippini (Filipino Popular Tales)
Dean S. Fansler (comp.) · 1921
Ampia raccolta accademica di racconti popolari filippini riunita da Dean S. Fansler agli inizi del Novecento, fonte classica del folclore narrativo delle Filippine.
Le Isole Filippine, 1493-1898 (vol. 43)
Emma H. Blair e James A. Robertson (a cura di) · 1903-1909
Raccolta in cinquantacinque tomi di documenti coloniali delle Filippine, curata e tradotta da Emma Blair e James Robertson fra il 1903 e il 1909. Il volume 43 è quello che qui importa: contiene la Práctica del ministerio di Tomás Ortiz (c. 1731) e la Historia di Martínez de Zúñiga (1803), dove compaiono il tigbalag e il patianac, quest'ultimo accostato all'asuang come nemici del parto e dei bambini.
Dizionario mitologico delle Filippine, di Blumentritt
Ferdinand Blumentritt · 1895
Dizionario della mitologia delle Filippine compilato dall'etnografo Ferdinand Blumentritt nel 1895, catalogo pionieristico dei suoi dèi e spiriti.
Costumi dei tagalog
Fra' Juan de Plasencia, O.S.F. · 1589
Relazione scritta nel 1589 dal francescano Juan de Plasencia sulle credenze e i costumi delle isole Filippine, tradotta in inglese nel volume VII della raccolta di Blair e Robertson. Elencando le classi di stregoni include all'ottavo posto l'osuang, di cui dice che lo hanno visto volare e che uccideva uomini e ne mangiava la carne, precisando che ciò avveniva tra i visayani e non tra i tagalog. È la più antica attestazione primaria dell'aswang.
El folk-lore filipino, tomo II
Isabelo de los Reyes (dir.) e Mariano Ponce · 1890
Secondo tomo della raccolta di folklore che Isabelo de los Reyes diresse e annotò a Manila. Vi si trova il Folk-Lore Bulaqueño di Mariano Ponce, che dedica un capitolo al tigbalang e un altro al tianak, e dà loro una medesima origine. Del primo descrive la testa equina, le setole dure come quelle del porcospino al posto della criniera e il rituale di doma con il cordone della Cintura benedetta; del secondo, che si presenta come neonato, cane, porco o pezzo di legno, e che smarrisce i viaggiatori nei luoghi spopolati.
Domande frequenti
Che cos'era il tiyanak nelle fonti più antiche?
Non un neonato. Nel 1589 Plasencia chiama patianac la donna morta di parto e la sua creatura, che si udivano lamentarsi di notte. Il folletto che vagisce sulla strada compare tre secoli dopo.
Sotto quali forme appare?
Come neonato, ma anche come cane, come porco o come un semplice pezzo di legno. Ciò che non muta è il vagito da cui lo si riconosce: la costante è il suono, non il corpo.
Con quali altre creature è imparentato?
Con il pontianak malese e le sue forme sorelle, che Blumentritt già gli accostava nel 1895: tutti nascono dalla morte di parto. Non con il jiangshi né con la kosodate-yūrei, attribuiti senza fonte.
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