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Atteone

Atteone, il cacciatore che vide Artemide

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Rango
Eroe LeggendarioLiv. 12
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Gerarchia
Eroi greciLiv. 12

Albero genealogico

Atteone
Atteone Mortale grecoAttuale

La casa di Cadmo e il maestro centauro

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Atteone nacque nella casa reale di Tebe. Sua madre, Autonoe, era figlia di Cadmo, il fondatore della città, e di Armonia; suo padre, Aristeo, era figlio di Apollo e della ninfa Cirene, e passava per aver insegnato agli uomini l'apicoltura, la cagliatura del formaggio e la cura dell'olivo. Per quella linea Atteone era pronipote di Apollo e nipote di Semele, la madre di Dioniso, e questo pesa più di quanto sembri: le quattro figlie di Cadmo finirono tutte segnate da una sventura, e la sua fu perdere questo figlio.

Apollodoro racconta che lo allevò il centauro Chirone, lo stesso che istruì Achille, Giasone e Asclepio, e che ne fece un cacciatore. Non è un ornamento genealogico: tutta la vicenda dipende dal fatto che Atteone fosse bravissimo nel suo mestiere, perché ciò che lo uccide è proprio quel mestiere. Cacciava sul Citerone, il monte boscoso che divide la Beozia dall'Attica, con una muta che le fonti fissano in cinquanta cani e che conosceva a uno a uno.

L'acqua in faccia e i cinquanta cani

La versione che tutti conoscono è quella di Ovidio (Metamorfosi III). A mezzogiorno, finita la caccia, Atteone congeda i compagni e si addentra senza meta in una valle chiamata Gargafia; trova una grotta con una sorgente dove Artemide si bagna in mezzo alle sue ninfe. La dea non scocca: l'arco non le è a portata, e allora gli getta acqua in faccia e gli dice di andare a raccontare, se ci riesce, di averla vista nuda. Allora gli spuntano le corna, il collo si allunga, le orecchie si affilano e le mani diventano zoccoli. Solo la mente resta quella di prima, ed è esattamente lì la crudeltà del castigo.

Pausania colloca la scena altrove. Sulla strada da Megara a Platea, ai piedi del Citerone, mostravano una sorgente e, poco oltre, una roccia che chiamavano il letto di Atteone, perché lì dormiva il cacciatore quando tornava sfinito; ed era in quella sorgente che aveva guardato mentre la dea vi si bagnava.

Quel che segue lo raccontano tutti allo stesso modo. I cani lo levano come una preda, e Atteone non può chiamarli perché non gli esce voce. Apollodoro fissa il numero a cinquanta. Ovidio ne nomina più di trenta uno per uno, e Igino nelle sue Fabulae dà un elenco ancora più lungo. Quella smania di nominarli non è ornamento: fa dell'episodio una caccia alla rovescia, con il padrone nella parte della preda e ogni cane identificato come in un catalogo di guerrieri.

Perché fu punito: quattro risposte antiche

La domanda che l'antichità non ha chiuso è che cosa avesse fatto Atteone di preciso. Circolavano quattro risposte incompatibili, e nessuna si impose.

La prima è quella di Ovidio: non fece nulla. Il poeta lo dice per esteso aprendo l'episodio, che quella fu colpa della sorte e non un delitto, perché non c'è reato nello sbagliare strada. La seconda è quella di Euripide, nelle Baccanti, dove Cadmo ricorda a Penteo la fine del cugino: i cani che lui stesso aveva allevato lo sbranarono per essersi vantato di cacciare meglio di Artemide. La terza la riporta Apollodoro citando Acusilao: l'offeso non fu la dea ma Zeus, irritato perché Atteone corteggiava Semele, sua stessa zia, che il dio voleva per sé. E la quarta è di Stesicoro di Imera, citato da Pausania: non ci fu metamorfosi alcuna, la dea gli gettò addosso una pelle di cervo perché i cani lo scambiassero e lo uccidessero.

Pausania stesso aggiunge la lettura più fredda di tutte. Senza dèi di mezzo, dice, i cani di Atteone si erano ammalati di rabbia, e in quello stato sbranavano chiunque capitasse loro davanti. È lo scetticismo di un viaggiatore del II secolo davanti a un mito vecchio di mille anni, e conviene registrarlo, perché fa parte di ciò che l'antichità pensava di se stessa.

Il fantasma di Orcomeno e il sacrificio annuale

Atteone non fu solo un personaggio di racconto: ebbe tomba, culto e una data nel calendario. Lo narra Pausania nel libro nono. Uno spettro che portava una roccia devastava il territorio di Orcomeno, in Beozia, e gli orcomeni consultarono l'oracolo di Delfi. Il dio ordinò loro di cercare i resti di Atteone e di dar loro sepoltura, e inoltre di fare un'immagine di bronzo del fantasma e fissarla alla roccia con il ferro. Pausania afferma di aver visto quell'immagine, ancora incatenata, secoli dopo. E aggiunge il dato che cambia la categoria del personaggio: gli orcomeni gli sacrificavano ogni anno come a un eroe.

Incatenare l'effigie di un morto non è una metafora né un aneddoto pittoresco: è una procedura. Dice, meglio di qualunque morale, che cosa fosse Atteone per chi viveva ai piedi del Citerone; non un esempio morale, ma un defunto inquieto e pericoloso da tenere fermo e contento.

E c'è un'altra sua immagine, anteriore e di segno contrario. Apollodoro racconta che i cani, dopo averlo divorato, lo cercarono ululando per il monte fino alla grotta di Chirone, e che il centauro modellò una figura di Atteone per placarne il lutto. Due statue, dunque: una fatta per consolare chi lo uccise, l'altra per impedirgli di tornare.

Roma, Diana e una casa di Pompei

A Roma l'episodio si racconta con un altro nome: la dea al bagno è Diana, e chi lo fissa per sempre è Ovidio, che scrive in latino un mito greco e gli dà la forma con cui l'Occidente lo ha letto da allora. Ma la versione romana non visse solo nei libri. La scena divenne un motivo di repertorio nella pittura murale, al punto che a Pompei la casa che oggi chiamiamo Casa di Sallustio fu scavata sotto il nome di Casa di Atteone, per il quadro di Diana al bagno e del cacciatore sbranato che decorava uno dei suoi cortili. Quel dipinto non è giunto fino a noi: il settore della casa in cui si trovava fu distrutto in un bombardamento alleato nel 1943.

Dallo stesso repertorio vengono i sarcofagi. Al Louvre se ne conserva uno del 125 al 130 circa della nostra era con il ciclo completo, e vi compare Atteone con corpo d'uomo e corna in testa. La ragione è pratica: un cervo intero sarebbe irriconoscibile, e chi guarda deve sapere chi stiano divorando. Quella soluzione veniva dall'arte greca, che già lo raffigurava così nel V secolo avanti la nostra era, per esempio in una metopa del tempio E di Selinunte, dove la dea assiste in piedi mentre i cani gli si avventano addosso.

E che la scena sia finita sul coperchio di una bara dice qualcosa che nessuna morale dice: la morte di un giovane che non aveva fatto nulla serviva a parlare del defunto che vi stava dentro.

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Conosciuto anche come

"Atteone"

Reliquie

Simbologia

🔥

Elemento

Acqua

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Numero

50

🎨

Colore

Marrone

🦁

Animali

Cervo

Sigilli:

Corna di cervoPelle di cervoMuta di caniSorgente

Tratti

Poteri

💔

Debolezze

🧠

Comportamento

🛡️

Resistenze

Relazioni con altri esseri

Nell’Atlante

Viaggia nel mondo d’origine degli esseri e nel cosmo delle loro dimensioni.

Mitologie

📍 Grecia antica
📅 c. 800-146 a.C.

La mitologia greca si sviluppò nell’antica Grecia a partire dalla tarda età del bronzo e raggiunse la sua forma più elaborata durante i periodi arcaico e classico, tra l’VIII e il IV secolo a.C. Nacque tra i popoli ellenici che abitavano la penisola greca, le isole dell’Egeo e le coste dell’Asia Minore, e fu trasmessa principalmente attraverso la poesia orale di Omero ed Esiodo, nonché tramite tradizioni locali raccolte nei santuari e nei festival. La sua visione del mondo presenta un universo ordinato da una gerarchia di divinità che intervengono negli affari umani e naturali, con l’Olimpo come dimora degli dei principali e l’Ade come destinazione dei defunti. Le divinità centrali includono i dodici olimpici, guidati da Zeus, dio del cielo e sovrano, insieme a Era, Poseidone, Atena, Apollo, Artemide, Afrodite, Ares, Efesto, Ermes, Demetra e Dioniso. Prima di loro, i titani, tra cui spiccano Crono e Rea, governarono il cosmo finché furono deposti dagli olimpici nella Titanomachia. Altre entità importanti sono le muse, le ninfe, i ciclopi e le moire, che incarnano forze cosmiche e destini. Questa tradizione esercitò un’influenza duratura sulla letteratura, sull’arte e sul pensiero di Roma, del Rinascimento europeo e della cultura occidentale successiva, fornendo motivi, personaggi e strutture narrative che sono perdurati nella filosofia, nell’astronomia e nelle arti fino all’attualità.

Fonti

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Le Baccanti di Euripide

Euripide · 405 a.C.

Tragedia di Euripide (V secolo a.C.) che drammatizza l’arrivo di Dioniso a Tebe e il terribile castigo del re Penteo per aver negato la sua divinità. È fonte primaria del dio, delle sue menadi e del culto estatico nella mitologia greca.

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Metamorfosi

Ovidio · 8

Opera poetica di Publio Ovidio Nasone che narra miti di trasformazioni, inclusi riferimenti a Ippolito e Virbio.

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Biblioteca

Apollodoro · 100

Compendio mitologico attribuito ad Apollodoro che riassume le leggende greche.

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Descrizione della Grecia di Pausanias

Pausania · ca. 150 d.C.

La «Periegesi della Grecia» di Pausania (II secolo), guida geografica e religiosa del mondo greco. Percorre santuari, monumenti e culti locali, e conserva miti, eroi e divinità che altrimenti sarebbero andati perduti.

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Fabulae

Igino · II secolo d. C.

Manuale mitografico latino attribuito a Igino (II secolo d.C.). Una prefazione con le genealogie degli dèi e delle potenze primordiali, fra cui i figli della Notte e dell'Erebo, precede quasi trecento favole brevi che riassumono miti greci, molti tratti da tragedie perdute.

Domande frequenti

Che cosa aveva fatto Atteone per meritare tutto ciò?

Dipende dalla fonte, e nessuna si è imposta. Ovidio dice che non fece nulla e che la colpa fu del caso. Euripide lo punisce per essersi vantato di cacciare meglio della dea. Apollodoro, citando Acusilao, sposta l'offesa su Zeus, seccato che Atteone corteggiasse sua zia Semele. E Stesicoro racconta che non ci fu nemmeno uno sguardo indiscreto: la dea gli gettò addosso una pelle di cervo. L'unica cosa che le quattro versioni hanno in comune è la sproporzione fra ciò che fece e ciò che gli accadde.

Si trasformò davvero in cervo?

In Ovidio sì, del tutto, e con la mente intatta dentro l'animale, ed è questo a rendere la scena insopportabile. Ma Stesicoro, tre secoli prima, raccontava soltanto che la dea gli aveva gettato addosso una pelle di cervo perché i cani si sbagliassero. L'arte antica resta a metà strada fra le due versioni: greci e romani lo raffigurano con corpo d'uomo e corna in capo, perché un cervo intero non sarebbe riconoscibile e chi guarda deve sapere chi stiano divorando.

Perché si conservano i nomi dei suoi cani?

Perché le fonti si ostinarono a elencarli. Apollodoro dice che erano cinquanta; Ovidio ne nomina più di trenta uno per uno, e Igino nelle Fabulae dà un elenco ancora più lungo. L'effetto è voluto e funziona: la muta smette di essere una massa e ogni cane entra in scena con il proprio nome, come i guerrieri di un catalogo epico, mentre il padrone che li allevò fa la preda. È la caccia raccontata alla rovescia.

Ad Atteone fu reso culto?

Sì, ed è documentato. Pausania racconta che un fantasma carico di una roccia devastava il territorio di Orcomeno, che l'oracolo di Delfi ordinò di seppellire i resti di Atteone e di fissare a quella roccia con il ferro una sua immagine di bronzo, e che lui vide l'immagine ancora incatenata. Gli orcomeni gli sacrificavano ogni anno come a un eroe. Presso il Citerone si mostrava inoltre una roccia che chiamavano il suo letto.

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Ultimo aggiornamento: 1 set 2026