Hanuman
Vanara devoto di Rama, figlio del vento
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India(India)
Asia meridionale(India, Nepal)
Lanka(Sri Lanka)
Hampi(India)Origini di Hanuman
Valmiki racconta la sua nascita due volte. Nel libro IV (Kishkindha Kanda, 66) è Jambavan a ricordarla a Hanuman stesso: sua madre è Anjana, l'apsara Punjikasthala, «la più bella fra le apsara», rinata sulla terra come scimmia «a causa di una maledizione» (il testo non dice quale né di chi) e sposa del vanara Kesari; egli è figlio di Kesari per legge e del dio del vento Vayu per generazione, sicché lasciare fuori Kesari significa raccontare metà della genealogia. Da piccolo vide il sole appena sorto, lo prese per un frutto maturo e balzò verso di esso; Indra gli scagliò la folgore e nella caduta gli si ruppe lo zigomo sinistro: da lì il nome, hanumant, «quello della mascella». Vayu, infuriato, si ritirò con il bambino e smise di circolare, e con lui si fermarono il respiro dei viventi, i sacrifici e lo studio, finché gli dèi non lo placarono con dei doni. L'elenco di chi diede che cosa sta nel libro VII (Uttara Kanda, 36), che è un'aggiunta posteriore: Indra lo rese invulnerabile alla folgore, Surya gli promise un centesimo del proprio splendore e l'eloquenza, Varuna che né il suo laccio né le sue acque lo avrebbero toccato, Yama che non sarebbe caduto in battaglia, Kubera gli diede la propria mazza, Shiva trattenne le sue frecce, e Vishvakarma e Brahma giurarono che nessuna delle loro armi avrebbe potuto nulla contro di lui. Non è immortalità: è morire soltanto quando lo voglia, e che nessun'arma lo ferisca.
Aspetto e poteri
Lo si raffigura come un vanara dal pelo fulvo, col volto rosso e una lunga coda, con la mazza che gli diede Kubera. Il suo potere più vistoso è cambiare dimensioni: in viaggio verso Lanka, la demonessa Surasa pretende che entri nella sua bocca; lui cresce, lei cresce con lui, e allora si fa minuscolo, entra ed esce in un istante (libro V, 1). Il balzo gli viene dal padre: attraversa il mare spinto dal vento, benché il viaggio si interrompa tre volte, per il monte Mainaka che emerge a offrirgli riposo, per Surasa e per la rakshasi Simhika, che lo afferra per l'ombra. La sua forza sposta le montagne alla lettera: nel libro VI strappa all'Himalaya una vetta intera «con i suoi alberi, i suoi elefanti e il suo oro», perché non sa riconoscere l'erba che è stato mandato a prendere (VI, 74). Non è ignifugo per natura. Quando i rakshasa gli incendiano la coda, il fuoco non lo brucia, e il testo ne dà da sé la ragione: «il fuoco non mi brucia, per la bontà di Sita, per la potenza di Rama e per l'amicizia di mio padre» (V, 53). Di sapere non è meno fornito: Rama, che ancora non lo conosce, deduce dal suo parlare che ha studiato il Rig, lo Yajur e il Sama e che padroneggia la grammatica (IV, 3); l'Uttara Kanda aggiunge che quella grammatica la imparò da Surya in persona, seguendolo da oriente a occidente con il libro appresso.
Imprese e devozione
Il libro V del Ramayana, il Sundara Kanda, è tutto suo. Balza fino a Lanka, percorre la città di notte e trova Sita nel bosco di ashoka, con le vesti sudice, smagrita e circondata da guardiane rakshasi (V, 15). Indrajit lo cattura con il brahmastra, l'arma di Brahma, e lui si lascia legare perché lo portino davanti a Ravana (V, 48). Quando gli incendiano la coda, brucia la città «come Rudra bruciò Tripura», risparmiando una sola casa, quella di Vibhishana (V, 54). Nella guerra del libro VI uccide Dhumraksha, Akampana, Devantaka, Trishira e Nikumbha, e va due volte a prendere la montagna delle erbe: la prima per Rama e il fratello (VI, 74), la seconda per il solo Lakshmana (VI, 101). Il nome Dronagiri, con cui oggi si racconta l'episodio, in Valmiki non c'è: il testo parla dell'Himavat, del Rishabha e del monte Oshadhi. Che dimentichi la propria forza non è modestia: è una maledizione dei saggi delle stirpi di Bhrigu e Angiras, stufi delle sue monellerie di bambino (VII, 36), ed è per questo che Jambavan deve ricordargli chi è prima del balzo. Alla fine Rama gli concede ciò che chiede: restare in vita finché la sua storia sarà raccontata (VII, 108). Per questo è chiranjivi, e per questo il Mahabharata lo mostra secoli dopo sul monte Gandhamadana, mentre mette alla prova Bhima e promette di stare sullo stendardo di Arjuna.
Conosciuto anche come
Reliquie
Simbologia
Elemento
Vento
Numero
1
Colore
Rosso
Animali
Scimmia
Sigilli:
Tratti
Poteri
Debolezze
Comportamento
Resistenze
Relazioni con altri esseri
Nell’Atlante
Viaggia nel mondo d’origine degli esseri e nel cosmo delle loro dimensioni.
Mitologie
La mitologia induista ebbe origine nel subcontinente indiano dalla fusione delle tradizioni dei popoli indoari, giunti verso il secondo millennio a.C., con le culture preesistenti della valle dell’Indo e altre popolazioni locali. I suoi testi fondativi, come i Veda, composti tra circa il 1500 e il 500 a.C., raccolgono inni, rituali e narrazioni che riflettono una visione del mondo in cui l’universo è retto dall’ordine cosmico (ṛta) e da cicli di creazione, conservazione e distruzione. Le principali divinità vediche includono Indra, Agni e Varuṇa, mentre nei periodi successivi, in particolare a partire dai testi epici Mahābhārata e Rāmāyaṇa e dai Purāṇa, acquistano maggiore rilevanza le triadi di Viṣṇu, Śiva e Devī nelle loro diverse manifestazioni. Questa tradizione concepisce la realtà come un intreccio di esistenze rette dal karma e dalla rinascita (saṃsāra), con l’obiettivo ultimo della liberazione (mokṣa). Le epopee e i racconti puranici trasmettono insegnamenti morali, filosofici e rituali che hanno plasmato la vita religiosa e sociale di gran parte del subcontinente indiano nel corso dei secoli. La sua influenza si estende alle arti, alla letteratura e alle pratiche devozionali di numerose comunità induiste, nonché ad altre tradizioni religiose del sud e del sud-est asiatico.
Fonti
Shiva Purana
Vyasa · circa 800 d.C.
Uno dei Purana maggiori dell’induismo, dedicato a Shiva. Raccoglie la sua mitologia, gli inni e le leggende —il matrimonio con Sati e Parvati, la nascita di Ganesha e Kartikeya— e descrive molteplici divinità ed esseri del pantheon induista.
Ramayana di Valmiki
Valmiki (attribuito tradizionalmente) · c. 500-100 a.C.
Antica epopea indù in sanscrito attribuita al saggio Valmiki, che narra le avventure del principe Rama, il suo esilio, la ricerca di Sita e le gesta eroiche di Hanuman come leader vanara devoto, scimmia guerriera con poteri divini.
Mahabharata
Vyasa · 400 a.C.
La grande epopea sanscrita dell'India (compilata tra il IV secolo a.C. e il IV secolo d.C.), con oltre 100.000 versi. Intreccia la guerra dei Kuru con teologia, filosofia e miti fondativi dell'induismo, e include la Bhagavad Gita.
Domande frequenti
Di chi è figlio Hanuman?
Di tre, e Valmiki li nomina tutti e tre. La madre è Anjana, l'apsara Punjikasthala rinata scimmia per una maledizione che il testo non spiega; il padre secondo la legge è il vanara Kesari, suo marito; e chi lo genera è Vayu, il dio del vento (libro IV, 66). Chiamarlo soltanto «figlio del vento» lascia fuori Kesari.
Perché il fuoco sulla coda non lo brucia?
Perché lo proteggono tre cose precise, ed è lui stesso a dirlo nel Ramayana: «il fuoco non mi brucia, per la bontà di Sita, per la potenza di Rama e per l'amicizia di mio padre» (libro V, 53). Non è un'immunità permanente né un dono degli dèi, e non viene da nessuna scena in cui il sole lo avrebbe inghiottito: quella scena non esiste in alcun testo.
Che cosa fece Hanuman a Lanka?
Attraversò il mare con un balzo, cercò di notte per la città e trovò Sita nel bosco di ashoka, sorvegliata dalle rakshasi. Si lasciò catturare dal brahmastra di Indrajit per essere portato davanti a Ravana e poter parlare, e quando gli incendiarono la coda bruciò tutta Lanka tranne la casa di Vibhishana. È il libro V del Ramayana.
Hanuman è un avatar di Shiva?
Lo è nella tradizione shivaita: lo Shiva Purana racconta che fu Shiva a nascere come scimmia dal grembo di Anjana, e di lì il verso di Tulsidas che lo chiama «figlio di Shankara». Nel Ramayana no: lì è figlio di Vayu, e Shiva compare soltanto come uno degli dèi che gli concedono un dono. La sua devozione, in ogni testo, è per Rama.
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